Michel Houellebecq – Estensione del dominio della lotta

When routine bites hard,
And ambitions are low.
And resentment rides high,
But emotions won’t grow.
And we’re changing our ways,
Taking different roads.
Love, love will tear us apart again. 
 
Ian Curtis & Joy Division, Love will tear us apart, 1980

Uscite di casa. Procuratevi un piccolo tamburo, possibilmente antico, foderato in pelle di animale. Andate dove vi pare, magari in un museo che non sia considerato moderno, e rubate il vostro oggetto. Poi, rientrate. Cercate una stanza vuota (se non è vuota, svuotatela), buia e non molto ampia. Chiudete la porta e sedetevi al centro. Iniziate a battere col palmo della mano; colpi lenti, sempre più forti, senza perdere la regolarità del ritmo. Colpi sempre più forti: bam, Bam, bAm, baM, BAM. Il rumore deve amplificarsi fino a riempire tutto lo spazio attorno a voi, finché non si distinguono più i singoli colpi, e un unico rumore, un’unica preghiera, un’unica violenza comincia a penetrare nelle vene, mescolandosi al sangue. Dopo questo esperimento potrete (forse) farvi una vaga idea della percezione fisica dell’estensione del dominio della lotta.
Michel Houellebecq è uno scrittore dal carattere composito e contraddittorio: conservatore ma antiborghese e anticapitalista, aristocratico ma con un radicato senso della giustizia e con un finto (funzionale ai suoi fini narrativi) disinteresse per l’umanità; una bestia rara che con scrittura raffinatamente amara condensa molteplici temi in una microscopica, crudele, opera geniale. Nel suo libro emerge un’alacre denuncia della modernità, intesa soprattutto come anestetizazzione dell’animalità dell’uomo, che disintegra l’individuo, secernendo noia, rabbia, tristezza e, soprattutto, condannandolo all’incapacità di ascoltare e di raccontarsi, di amare e di essere amati, e quindi a una solitudine più o meno estrema, la quale frequentemente sfocia in cronici stati depressivi.
L’estensione del dominio della lotta, nel suo aspetto negativo, è l’incarnazione del liberalismo economico e del liberalismo sessuale diffusisi a partire dal XIX secolo nella società occidentale, consumista e materialista; i due fenomeni, collegandosi, spaccano la società in due sfere incompatibili, perennemente in contrasto tra di loro: ‘Da un lato c’è un sistema basato sulla dominazione, sul denaro e sulla paura – un sistema decisamente maschile, che chiameremo Marte; dall’altro c’è un sistema femminile basato sulla seduzione e sul sesso, che chiameremo Venere. Tutto qua’. Il dominio della lotta, però, può estendersi anche in modo positivo: come battaglia personale per rimettere in causa l’ordine del mondo a partire dal coraggio del singolo, per conquistare e liberare l’amore imbrigliato negli assurdi archetipi comportamentali artificialmente stabiliti dal mondo moderno; come battaglia per un principio morale o estetico, per un sentimento, per un qualcosa di tangibile o misterioso che si chiami Dio, Brigitte Bardot, o Rivoluzione.
Il libro di Houellebecq potrebbe definirsi un non-romanzo, un pamphlet lirico, politico e, allo stesso tempo, stilisticamente programmatico. Le viscere della società moderna vengono scandagliate con un virtuosismo eccentricamente limpido, sciorinate con eleganza ma senza alcun pudore. L’autore francese, infatti, imposta la narrazione su due livelli: il primo è quello della destrutturazione del romanzo tradizionale – o meglio, moderno – poiché la modernità si svela inadeguata a raccontare se stessa, nelle proprie smagliature intrise di vuoto: ‘Questo progressivo sbiadire delle relazioni umane non manca di porre qualche problema al romanzo […] Il meno che si possa dire è che siamo lontani da Cime tempestose. La forma romanzesca non è concepita per ritrarre l’indifferenza, né il nulla; occorrerà inventare un’articolazione più piatta, più concisa e più dimessa’.
Il secondo livello narrativo è scandito dal ripetersi di una cruciale serie di novelle d’argomento animale, di cui è opportuno citare nel dettaglio almeno quella intitolata Dialoghi tra uno scimpanzé e una cicogna. Dal terrore di uno scimpanzé che tenta di far valere le sue ragioni contro un sistema economico e sociale governato da cicogne le quali, per tutta risposta, lo massacrano con i loro becchi (negatività dell’estensione del dominio della lotta), si passa rapidamente al Terrore di Robespierre; il boia, prima di trinciargli la testa con una mannaia, gli strappa la benda che gli avvolgeva la mandibola fratturata, brandendola come un trofeo mentre schizzi di sangue e frammenti di denti si spargono al suolo: ‘[In quel] momento preciso, mi piace pensare che nella testa di Robespierre ci fosse ben altro che la sofferenza. Altro che la consapevolezza della sconfitta. Una speranza? O magari la certezza di aver fatto ciò che doveva fare. Maximilien Robespierre, io ti amo’ (positività dell’estensione del dominio della lotta).
L’animalità dell’uomo è al centro dell’intera discussione. Non a caso, il protagonista del non-romanzo (quadro di un’azienda come tante, annoiato e disgustato da ogni cosa) trova consolazione e perfino un barlume di bellezza solo nella contemplazione della natura: paesaggi incontaminati e vacche ruminanti alle prime luci dell’alba. L’animalità dell’uomo è andata perduta nella sua adolescenza (nell’antico), perché la sessualità si è imposta come ‘sistema di gerarchia sociale’ (nel moderno): così ‘l’uomo è un adolescente limitato’, istintivamente catapultato alla ricerca dell’amore per sua struttura ontologica; ma il rischio di sfracellarsi è incredibilmente alto, perché dopo l’adolescenza l’individuo si ritrova risucchiato negli alveoli sterilizzanti della società moderna; e se si può trarre sollievo dalla visione di ciò che resta di naturale o dalla sprezzante consapevolezza del non-significato di molte dinamiche sociali (supinamente accolte dalla maggior parte degli adulti), questo sollievo non basta. L’uomo non più adolescente che rifiuta di arrendersi al nulla della modernità, nel tentativo di risolvere la tragica ‘separazione assoluta tra la propria esistenza individuale e il resto del mondo’, gioca una partita a domino con se stesso. O ci si arrende all’autocastrazione del moderno o si precipita nella follia dell’antico; e al desiderio d’amore si associa il desiderio di morte. L’amore stesso può farci a pezzi.

L’Inesistente