John Williams – Stoner

La superficialità mi inquieta ma
il profondo mi uccide.
Alda Merini, Aforismi e magie, 1999

Tutte le storie possono diventare interessanti, se vengono raccontate bene. Questo è il caso del romanzo di John Williams. L’intera vicenda sembra risolversi in poche battute, fin dalla prima pagina; la vita del personaggio principale è racchiusa in una nube di insolubile anonimato: si iscrive all’università all’età di diciannove anni; otto anni dopo gli viene conferito il dottorato in Filosofia e comincia ad insegnare fino all’anno della sua morte, il 1956; pochi colleghi tentano di riesumare il ricordo di lui e, se lo fanno, ‘di rado la curiosità si spinge oltre la semplice domanda occasionale’; per i più giovani Stoner è solo un suono. La vita di un uomo si è dissolta in un suono ‘che non evoca alcun passato o identità particolare cui associare loro stessi o le loro carriere’. Tuttavia, questo suono squisitamente scialbo inizia ad amplificarsi riga dopo riga, trasformandosi nell’eco di un’esistenza degna di essere ricostruita in ogni suo dettaglio, in un crescendo narrativo che lascia al lettore poco tempo per respirare.
L’eco di Stoner si dispiega attraverso episodi più o meno significativi che lo coinvolgono nel corso degli anni: dalla prima adolescenza in cui lo vediamo con le mani imbrattate di terra mentre aiuta il padre a coltivare il piccolo, sterile, orto di famiglia; all’età adulta, contrassegnata da un matrimonio sbagliato con una donna indecifrabile, da polverosissimi giorni dedicati allo studio dell’influenza della retorica medievale nella cultura del Rinascimento inglese, da un tenero ma fatuo rapporto con la figlia, e da un morboso legame con il proprio ruolo di insegnante; fino alle pagine che conducono al letto dell’ospedale, dove il corpo è rapidamente consumato da un tumore e dove altrettanto rapidamente il protagonista scopre una nuova, finale, fertilità esistenziale.
Il romanzo può essere letto come un ottimo libro, scritto bene e, nonostante il grigiore della trama, sorprendentemente coinvolgente. Un romanzo dall’impostazione classica, senza grandi colpi di scena. Però, se si analizza meglio lo stile scelto dall’autore, se si presta attenzione alle impercettibili incongruenze e alle sottili ombre che si accumulano di paragrafo in paragrafo, si può dire qualcos’altro. Emerge infatti la centralità di un tema semplice, ma con uno spessore filosofico piuttosto accattivante: la conquista della superficialità.
Conquistare la superficialità significa sopravvivere al profondo, evitare cioè che le sofferenze dell’interno prendano il sopravvento rendendoci impossibile l’interazione con l’esterno; ma significa anche convertire il profondo da assassino in complice, in sorgente di forza soggettiva nascosta agli occhi del mondo.
Ci sono cose per cui vale la pena lottare, affinché cambino; altre cose devono rimanere come stanno (cambiarle sarebbe solo una fatica inutile); alcune cose bisogna lasciarle lì come sono, nel loro spazio sacro, spostandole leggermente secondo le proprie necessità (qualora non si possa fare altrimenti), ma senza che nessuno si accorga di tale spostamento, per quanto lieve. Ecco il segreto della superficialità. La superficialità è un dono di molti, diciamo anche un talento copiosamente diffuso, un talento che ha la capacità di rivelarsi molto utile una volta messo a frutto, in quanto può considerarsi uno dei più importanti principi di adattamento dell’individuo alla società o al contesto esteriore in cui si ritrova ad agire.
Più raro è l’evento legato alla conquista della superficialità. Questa conquista può avvenire percorrendo diverse vie. Due di queste (senza dare troppo spago ad eccessivi schematismi) possono essere considerate nel caso di Stoner: quella dell’autoconvincimento e quella dell’autoproiezione. La prima via (più passiva) può implicare da parte del soggetto la negazione di alcune delle sue credenze più intime ma, in primo luogo, prevede l’autoconvincimento che le cose debbano andare in un modo e non in un altro; la seconda via (più attiva), richiede invece la proiezione da parte del soggetto verso un punto di vista più alto, per poter considerare la superficialità come oggetto alieno rispetto alla propria identità, da conquistare per la sopravvivenza della stessa.
Stoner percorre entrambe le vie, ma soprattutto la prima, quella dell’autoconvincimento, seducendo la superficialità col sorriso che cela un profondo ma tutto sommato benevolo disgusto. Stoner rinuncia a qualsiasi forma di idealismo: rinuncia alla responsabilità nei confronti della propria figlia, completamente lasciata alla deriva, accontentandosi del fatto che massicce dosi di alcol la fanno sentire meglio; rinuncia alla conoscenza del proprio rapporto con la moglie (personaggio complesso e non facilmente avvicinabile, ma comunque abbandonato); rinuncia all’erotismo, buttando al vento l’unica vera travolgente passione che abbia mai avuto la possibilità di esperire (e alla quale avrebbe potuto dare futuro e concretezza con qualche sacrificio e un po’ di coraggio), scaricando l’amante non per una faccenda morale, ma per banalissime ragioni professionali (lei lavorava come ricercatrice presso la stessa università); rinuncia alla giustizia, piegandosi e spezzandosi (con vacua resistenza) davanti al potere del nuovo capo dipartimento, il quale gli rovina la carriera e la reputazione con un mobbing chirurgico e ad ampio raggio (difficile, ma non impossibile da contrastare).
Per Stoner non ci sono ideali da soffocare, né punti di vista più alti da raggiungere. La sua vita è scandita da una continua alternanza di rinunce e accettazioni che ne fanno un personaggio decisamente passivo. Eppure riesce con abile e ironica finezza ad ottenere una certa forma di riscatto. E questo riscatto coincide con la conquista della superficialità, ottenuta con la consapevolezza della propria passività, della propria mediocrità, della propria idiosincrasia al cambiamento. In altri termini, in virtù di questa profonda consapevolezza di sé, il modo in cui Stoner riesce a conquistare la superficialità (oggetto), per quanto possa essere opinabile, è una prova di grande dignità e verità nei confronti di se stesso (soggetto): in punto di morte la conquista della superficialità si rivela ossimoricamente come il suo segreto più profondo, il fondamento della sua identità, il senso della sua esistenza.

L’Inesistente