Viole cornute

Un fiore giallo lo colpì sulla guancia, spruzzandogli nelle pupille la rugiada vera o finta cosparsa sui petali, e perse la vista per un istante, vide se stesso per terra col cranio aperto a nutrire la vegetazione circostante assetata di organi vitali, ma fu solo un’allucinazione, cercò la boccetta con le pillole nella tasca sinistra del cappotto, emise un mezzo sospiro di sollievo e per un pelo riuscì a schivare un’enorme pianta che da uno dei fori del tavolo di legno sbucava irraggiando blu nella botteghina del fioraio.

Desidera? – dietro al minibancone un ragazzo atticciato con capelli neri a spazzola rileccati in ciuffi dall’umidità spalmava le mani lorde di terra sul grembiule bianco che copriva un pancione gonfio di qualche liquido versato a fermentare nello stomaco di prima mattina – un mazzolin di rose e viole, per favore – il fioraio alzò la testa verso un televisorino muto su cui scorrevano dei numeri, accartocciò una schedina e stirò le labbra in una smorfia di disappunto, mostrando due strisce di denti molto curati – non ce le ho le viole – lui strinse la boccetta nella tasca sinistra del cappotto, la guancia colpita dal fiore gli bruciava, portò l’indice e il medio della mano destra al volto – vuole dell’altro, insieme alle rose? – ma non c’era traccia di sangue, magari era solo un’abrasione superficiale, aveva l’Amuchina – non sarebbe la stessa cosa, è proprio sicuro di non avere qualche viola? – il fioraio abbassò lo sguardo su di lui masticando qualcosa – ha provato ai bordi del marciapiede? – l’Amuchina era nella bustina trasparente dei liquidi preparata la sera prima, insieme al profumo per l’ambiente che lei, nel retrobottega del Boeing 747 su cui si erano conosciuti, aveva giudicato buonole viole sbocciano anche tra l’asfalto, la stagione calda è finita da un pezzo, il ciclo vegetativo ha chiuso i battenti almeno fino alla prossima primavera, ma sa, le viole hanno la testa dura – e a enfatizzare la sua affermazione, batté il pugno sul minibancone – non ci metterei la mano sul fuoco, sia chiaro – dischiuse il pugno portando in alto il palmo terroso e affollato di graffi – alcune specie però sono perenni – tornò a spalmare distrattamente la terra e le mani sul grembiule bianco e a guardare il televisorino – ascolti, ho bisogno di viole – la guancia bruciava ancora e si chiese se quel fiore non avesse qualche proprietà orticariante, si chiese se non gli avesse trasmesso qualche malattia letale di origine floreale di cui magari erano già visibili inequivocabili segni – signore, porti pazienza, ci sono altre persone in coda, non è periodo di viole, posso darle delle rose viola, se vuole, ormai le tingiamo di tutti i colori, un po’ come le carte della Regina in Alice nel Paese delle Meraviglie, non so se ha presente… TAGLIATELE LA TESTA! – il fioraio, ringalluzzito dalla propria imitazione, bevve un sorso da una borraccia di metallo, che ripose lestamente sotto il minibancone, mentre lui staccò il tappo della boccetta nella tasca sinistra del cappotto, portò furtivamente una pillola alla bocca e deglutì, sperando che il principio attivo dell’ansiolitico non interferisse con il morbo da fiore giallo già in atto sul suo viso, e posò la mano sul dorso di quella del fioraio che prima si era chiusa in un pugno – ho bisogno di viole – disse con voce fioca ma decisa, e il fioraio capì che non sarebbe mai andato via senza il suo mazzolin di rose e viole, nemmeno se l’avesse minacciato di tagliargli la testa, perché, poco ma sicuro, questo tizio era più matto della Regina, se non di tutto il Paese delle Meraviglie – qual è il suo budget? – sussurrò ritraendo la mano intrappolata sul minibancone e ruotò i bulbi oculari per assicurarsi che nessuno degli altri clienti avesse assistito alla scena, ma erano tutti compressi in fila indiana dietro di lui, più preoccupati di non cadere o di non far cadere o di non ricevere uno schiaffo potenzialmente mortale da pistilli sconosciuti, e alla parola budget lui sorrise trionfante, magicamente ricomposto nell’urbana eleganza originaria, e sparò una cifra che fece rizzare le sopracciglia al fioraio – nella mia piccola serra qui dietro sto facendo crescere delle viole cornute per l’esame di botanica – lui tirò fuori il portafoglio, allineando le banconote come la tastiera di un pianoforte sul minibancone – quante ne ha? – il fioraio fece per asciugarsi il sudore dalla fronte col peloso avambraccio, ma anche quest’ultimo era bagnato e gli lasciò un frego di terra sopra il naso – ne ho tre – dichiarò con tremula solennità – bene – fece lui adagiando l’ultima banconota all’estremità destra del minibancone – me le dia tutte, per favore.

L’altoparlante annunciò che la prossima fermata sarebbe stata l’aeroporto, così lui smise di fissare il contorcersi delle cose al di là del finestrino, frugò nella tasca sinistra del cappotto, portò furtivamente una pillola alla bocca e deglutì, e mentre il mazzolino di rose e viole gli ribolliva addosso come una pozzanghera rossa squarciapetto, controllò che non gli avesse macchiato la camicia, perché, ammesso che l’hostess fosse davvero sul volo che gli aveva scritto dietro al collo col rossetto in quel cesso intriso di profumo per l’ambiente alle rose e alle viole, e ammesso che il suo tanto a me non interessi fosse solo una provocazione, lui voleva comunque apparire dignitosamente bello, per se stesso e per tutti i passeggeri che avrebbero assistito alla sua gioia o alla sua umiliazione.

Lei è molto più giovane – esordì una donna rappresa di vodka alle sue spalle nel corridoio del treno, spremendolo sul trolley zeppo di campioni di psicofarmaci della ditta da rappresentare oltreoceano, mentre allungava il collo sul display dell’iPhone aperto su un ozioso passaggio di WhatsApp, quello del tanto non mi interessicapisco come si sente, mio marito ha ventun anni più di me, e quando c’è tanta differenza, uno dei due ci rimette sempre – l’hostess non gli aveva detto quanti anni aveva, gli sembrò una ragazzina – lui mi tradisce, lo so, quello che non so è quante ne ha – la donna non poteva indietreggiare perché erano incastrati nella coda verso l’uscita, ma rivolse le sue iridi plantiformi altrove – lui è buono, alla fine, manda i soldi a casa, manda i soldi al mio bambino – la frenata le spezzò un tacco e si arrampicò su di lui, sfiorandolo con le labbra là dove il fiore giallo l’aveva colpito – scusi – mormorò scesi dal treno e lui pose la mano sul dorso di quella di lei e le chiuse nel pugno il mazzolin di rose e viole – torni a casa, per favore.

L’Inesistente
Credits: Paul Gauguin, Still Life with Moss Roses in a Basket, 1886