Varani

Accesa la sigaretta, staccò un pezzo di petalo di Rafflesia, e con gli occhi rattrappiti in minuscoli fori celesti dalle raffiche di umidità sovraesposta al sole di mezzogiorno, si appoggiò al bordo della terrazza del terzo piano per esaminarlo, lo fece roteare fra le dita della mano destra, lo stese sull’indice accarezzandolo piano col pollice, mentre, tenendo il filtro tra i denti, con un fazzoletto di stoffa nella mano sinistra, si asciugò il sudore, che sempre colava copioso dalla fronte in simili climi, considerata la stazza vichinga e i pori chiari e dilatati e il completo nero nuova collezione su cui scintillava la spilla del brand di hotellerie di lusso di cui era direttore, quindi espirò il fumo dai polmoni e si guardò attorno, ma non c’era nessuno, a parte la sterminata poltiglia di biciclette polverose e bancarelle di paglia e barchette di legno a strisce rosse sul mare e uccelli bianchi a soffocare in nuvole di smog, così portò il petalo al naso e ne inspirò l’odore di putrefazione, serrando voluttuosamente le palpebre.

Quando riaprì gli occhi, un varano sbucato da una crepa nell’asfalto, fatto qualche passo, si protese in una linguaccia, e il direttore rispose di riflesso stringendo il petalo di Rafflesia con mano rancorosa al naso, e pensò alla bambina, al riflesso del suo profilo sulla Tour Eiffel, agli aeroporti e a tutte quelle valigie spostate, piene di brochure e cocaina, alle camicie non stirate, al nodo Windsor imparato su YouTube, all’incidente e ai genitori morti, pensò a tutti quei litri di Havana Club che, travestendosi da cane di gomma al guinzaglio di qualche occasionale mammina, aveva mescolato al plasma e alla cocaina, pensò alle gocce di cera incandescente che galleggiavano nella sua mente, all’innocenza esplosa in quell’incidente e con lei la sposa fantasma che aveva detto di amarlo, una sera, prima che lui sparasse all’ex guaente dentro di lei e lei sparisse con la cocaina nella borsetta e nelle mani la bambina, e vide la folla di varani, sbucare e frusciare e sparire negli sterpi e riapparire sempre più numerosa e fiera altrove e sul vialetto dissestato che conduceva all’hotel, il fiore all’occhiello della sua catena alberghiera, forse fatiscente, ma che alla fiera di oggi in qualche modo avrebbe venduto alla gente giunta in massa se non per comprare, almeno per riempire il vuoto di una vacanza, la destinazione di altri esseri umani, ma soprattutto per coprire con allegre battute di circostanza il tempo perduto che nessuno di loro avrebbe avuto il coraggio di colmare.

Riposto il mozzicone ancora blandamente aureolato di fuoco nel posacenere portatile d’argento, decise che la pausa sigaretta era finita e che doveva rimettersi al lavoro, ma prima urgeva lavarsi le mani, il petalo di Rafflesia sgretolato sulle dita, oltre ad avergli lasciato sul naso e sul palmo macchie poco consone alla negoziazione di camere d’albergo, puzzava di cadavere, così camminò verso i servizi igienici a testa china e finse di parlare al telefono per non mostrare il palmo e il naso macchiati, ma non c’era nessuno, il direttore si era scordato che dopo mezzogiorno non si poteva più uscire nei corridoi della fiera dei trentasei padiglioni, ciascuno dei quali appariva come un cubo trasparente con pareti insonorizzate e semioscurate incluso in un cubo più grande, in totale quattro macrocubi divisi in nove microcubi disposti agli angoli di due corridoi perpendicolari a formare una croce, di cui, un’estremità verticale sfociava nella terrazza, l’altra su un tavolo costantemente imbandito di crostini al fegato di pollo, gelatine di frutta e vino rosso, mentre all’estremità orizzontale sinistra c’era un’uscita e il bagno degli uomini, e all’estremità orizzontale destra c’era il bagno delle donne e un’uscita, a disegnare una schiacciata e asimmetrica X immaginaria.

Il direttore, la vista ancora obnubilata dall’umidità sovraesposta al sole di mezzogiorno e i timpani graffiati dal fruscio dei varani nel vialetto, uscì dal bagno degli uomini stirando la camicia con le mani lavate e, avvicinatosi al suo microcubo, attraverso la semioscurità notò due donne sedute, gli davano le spalle con le brochure in grembo, una era molto più bassa dell’altra, lo stavano aspettando, ne era quasi certo, ma l’entrata era bloccata, i microcubi erano comunicanti, ma potevano accedervi solo tre persone alla volta, era una legge fisica o morale, un principio strutturale che faceva sì che la fiera fosse lì e in quel modo e in quel mondo, e di fronte alle due donne sedeva un uomo, un uomo che riconobbe cambiando prospettiva, perché di lui aveva visto solo la spina dorsale nel mirino prima di premere il grilletto e, mosso da un atroce sospetto, cambiò di nuovo lato e sulla parete opposta gli apparve una bambina, la bambina riflessa sulla Tour Eiffel, e provò a bussare ma non lo potevano sentire e cominciò a urlare – apritemi! – in tutte le lingue che conosceva, ma nessuno poteva vedere il suo labiale, la maniglia gli rimase in mano e la usò per spaccare il vetro, ma non riusciva a romperlo, nemmeno a scheggiarlo, e tirò spallate e calci e pugni sempre più forti, vedeva la bambina e non riusciva a staccarle gli occhi di dosso, vedeva il riflesso del suo profilo nella semioscurità di quel microcubo infrangibile, vedeva la bambina e avrebbe continuato a urlare e a picchiare finché non si fosse spaccato tutte le ossa.

L’Inesistente
Credits: Max Ernst, Epiphany, 1940