Stefan Zweig – Bruciante segreto

Remember when you were small
How people seemed so tall
Always had their way
Remember your ma and pa
Just wishing for movie stardom
Always, Always playing a part
If you ever feel sad
And the whole world is driving you mad
Remember the thief of your rainbow.
John Lennon, Remember, 1970

I ricordi si affastellano uno ad uno dentro di noi come in un mazzo di chiavi. Alcuni di essi fanno affiorare un sorriso, suscitano un guizzo luminoso negli occhi, rievocano piacevoli sensazioni puntiformi legate a immagini ancora intrise di calore. Tuttavia, ricordare può annoverarsi tra le attività più pericolose del cervello, perché di ogni singola chiave non è possibile fare una copia, né è possibile modificarne la forma, né è possibile distruggerla. Il soggetto che ricorda, infatti, oltre a ritrovare chiavi che aprono antiche porte di giardini in fiore, può anche essere meno fortunato. Non tutte le chiavi sono felici: sul muro della nostra memoria si possono anche ammirare, incastonati, fossili di mostruosi pesci estinti. Alcune chiavi, insomma, aprono porte – segrete – che avrebbero potuto o dovuto rimanere chiuse. Alcune chiavi possono rubarci arcobaleni; e questo breve romanzo di Stefan Zweig lo dimostra.
La narrazione si fonda sul topos della vacanza. Arriva un giovane barone, che si distingue per l’abbigliamento di buona fattura e per una elasticità naturale del passo; precedendo gli altri, prende una carrozzella alla volta dell’albergo. Scorre con una certa delusione il registro degli ospiti, ma ha le idee chiare: ‘Mi chiedo che cosa ci faccio qui… Starmene da solo in montagna, senza compagnia, è ancor peggio che in ufficio. Evidentemente sono arrivato troppo presto o troppo tardi. Non ho mai fortuna con le mie vacanze. Non c’è neppure un nome conosciuto fra tutta questa gente. Ci fosse almeno qualche donna, un piccolo flirt, magari anche innocuo, tanto per non trascorrere in modo troppo triste la settimana’. Aggirandosi per la hall nota però una donna che legge con aria annoiata delle riviste con un bambino seduto vicino, pallido sui dodici anni, dai neri occhi inquieti. Allora per il barone inizia il gioco. Già la prima sera a cena getta occhiate di falco alla sua preda, ma non riesce a ghermirla come vorrebbe. Lei è schiva e fa di tutto per sfuggire ai suoi sguardi roventi. Così è il bambino, Edgar, che diventa l’esca.
Zweig descrive con sorprendente sensibilità lo stato d’animo del bambino, che lotta con il proprio senso di inadeguatezza, con la voglia insopprimibile di assorbire attenzione e affetto da coloro che abitano il mondo degli adulti. È un’analisi dettagliatissima quella dell’autore, che mette a nudo tutte le sfumature di un momento esistenziale attraversato da tutti (ma che pochi saprebbero descrivere con adeguata finezza): la preadolescenza, stadio liminare tra il mondo dell’infanzia e il mondo degli adulti.
Un giorno, quando sta accarezzando le froge di un cavallo al maniero, respinto perfino dallo stalliere che non lo vuole tra i piedi… Ecco il barone: ‘Ti piace stare qui?’… Edgar si illumina come una lampadina: non gli pare il vero che un adulto gli dia retta e che addirittura sia interessato alle sue opinioni. Nasce in breve tempo un’amicizia fittizia. Il barone riesce a sedersi allo stesso tavolo dove siedono Edgar e sua madre; dal bambino cerca di cavare tutte le informazioni a lui necessarie per affondare il colpo, e nel frattempo dà spago al suo estro di affabulatore: dice di essere stato in India, di aver visto gli elefanti e le tigri… E il bambino lo guarda con gli occhi di un innamorato: per lui si butterebbe nel fuoco.
A poco a poco, tuttavia, il barone si stanca del bambino, che gli va appresso come se fosse mummificato a una sua gamba con giri e giri di nastro adesivo, e comincia ad allontanarlo. Edgar non vive bene questo allontanamento e girovaga per l’albergo con i lucciconi agli occhi, sperando che lui gli si pari davanti all’improvviso: per abbracciarlo o per tirargli un pugno, per dirgli qualcosa o, semplicemente, per godere della sua apparizione. Mentre il barone si allontana da Edgar, si avvicina alla madre, e la maschera di quest’ultima – la maschera di intangibile madame ebrea –  inizia a scricchiolare. I due si incontrano per passeggiate solitarie, fanno andare a letto presto il bambino per restare soli… Finché una notte Edgar li scorge dalla finestra dirigersi insieme verso il bosco. Mosso da un odio indicibile per quei mascalzoni, il piccolo organizza un’istantanea fuga attraverso la finestra, e li segue tra le fresche frasche. Ma a un certo punto la madre capisce che qualcuno li sta pedinando, non si sente a suo agio, e decide di tornare indietro. Edgar scappa: ‘Corse nel bosco, a stento riuscì a riparare nel buio, dove nessuno poteva vederlo, e lì trovò sfogo, in un fiume di calde lacrime. Bugiardi, canaglie, farabutti: dovette urlare queste parole a pieni polmoni, altrimenti soffocava. La rabbia, l’insofferenza, l’irritazione, la curiosità, l’impotenza e il tradimento degli ultimi giorni, che aveva represso nella sua lotta infantile, nella sua presunzione di essere ormai adulto, a quel punto gli dilaniarono il petto e divennero lacrime. Era l’ultimo pianto della sua infanzia’.
In albergo non riesce a trattenersi e, in preda a una furia canina, si avventa sul barone in corridoio, mordendolo ad una mano. Il sangue ancora scintilla sui suoi dentini quando la madre, in preda ad una serie di emozioni contrastanti (vergogna per essere stata scoperta, rabbia nei confronti di quel’impiastro che le ha negato il piacere tanto pregustato, paura di essere scoperta dal marito), lo rimprovera e gli impone di scrivere al barone una lettera di scuse. Edgar insiste sul fatto che lui l’aveva afferrata e che lei aveva gridato aiuto. Lei ride seccamente: ‘te lo sei sognato’. Questa menzogna il ragazzino non la digerisce, e lo tormenta fino a indurlo a schiaffeggiare la madre e a fuggire via, stralunato.
Edgar prende il treno e va dalla nonna (teme il confronto diretto col padre). E dopo un po’ si ritrova tutti i parenti attorno: ‘Ebbene, hai perso la lingua? Che cosa è successo? Dillo pure! Qualcosa non ti andava? Qualcuno ti ha forse fatto un torto?. Edgar esitava. Il ricordo riaccendeva in lui la rabbia, stava già per pronunciare un’accusa. Quando vide – e il cuore gli si arrestò – sua madre fare uno strano gesto alle spalle del padre. Un gesto che lì per lì non capiva. Ma poi lei lo guardò con occhi imploranti. E silenziosamente si portò alle labbra un dito, facendo segno di tacere’.
Edgar, per la prima volta, decide di non dire la verità. Accetta il gesto della madre. Accetta la sua falsità e lei lo ripaga con un sorriso di gratitudine… ‘Poi il bambino si addormentò, ed ebbe inizio il sogno della sua vita, più profondo’.
Con questa contraddizione finale – Edgar aveva sempre rifiutato la non verità e ora, invece, l’accoglie – Zweig descrive in modo leggero eppure magnificamente sofisticato il passaggio all’età adulta. Il sogno, adesso, è più profondo. Pesa di più. È il sogno intrecciato delle bugie, dei sotterfugi, dei silenzi parlanti degli adulti. Il bruciante segreto non è stato secreto. È rimasto lì, si è congelato, si è evoluto in una nuova forma di consapevolezza di sé e del mondo; è diventato il mostruoso fossile di un pesce estinto. E il ricordo di quell’istante in cui lui ha accettato di coprire la verità con il silenzio, il ricordo di quel dito materno sulle labbra, è per Edgar la chiave di una porta che prima o poi doveva essere aperta. Quel dito, però, gli ha rubato il suo arcobaleno per sempre.

L’Inesistente