La mano I

Non si sarebbe certo strappato via dal letto se il contatore della camera 631 non si fosse trovato all’esterno del motel, e se la luce non fosse mai stata così importante come quel giorno.
     Svegliato dal bip di un’email, aveva cercato il Mac a tentoni, digitando la password con la mano sinistra senza abbandonare la posizione prona, ma lo schermo si era spento subito; la spia del caricatore non era né
rossa né verde; provate invano tutte le spine, si rassegnò a mettersi le mutande, aprendo la porta con gli occhi ancora incrostati di sogno.
     La prima cosa che vide furono i raggi del sole che filtravano attraverso il telaio forellato della sua Ferrari verde metallizzata: una scarica di mitragliatrice, magari alla cieca, dall’alto. La luce scivolava sull’orlo di ciascun buco come l’ombra scintillante di un proiettile, rincorrendo se stessa sulla superficie di tutte quelle microcirconferenze sghembe, quasi fosse logico tornare al punto di partenza prima di lanciare l’ultimo riflesso.
     La seconda cosa che vide, alzando la testa fracassata dall’abuso di alcol e gocce di Valium, furono i palazzi mangiati dalle esplosioni; spirali di gabbiani frusciavano sguaiatamente attorno, vivisezionando membra (forse umane) che ancora si muovevano a scatti; enormi chiazze di rosso colavano oltre il vuoto delle finestre spalancate, come se Polifemo, per ripicca, avesse frullato nello stesso otre tutte le sue capre rovesciandole in faccia a Nessuno.
     La terza cosa che vide – non molto distante dai suoi piedi scalzi, dalla bottiglia di latte puntualmente consegnata alle 5:55 AM e, soprattutto, dal contatore – fu la mano, bianchissima; una mano senza corpo in una pozza di sangue sull’asfalto sbrindellato.
     Il cielo mescolava l’incessante frullio intriso di smog dei gabbiani all’eco di eliche di elicotteri; però i gabbiani erano più vicini: uno di loro si appollaiò sul tetto della Ferrari, fissandolo con un brano di cadavere nel becco. Lui si rannicchiò sulla mano, forse la mano di una donna: appena munta dalla morte, pensò.
     Appoggiò la schiena all’oblò metallico del contatore e trangugiò mezza bottiglia di latte a grandi sorsate, spremendo più volte le pupille infilzate dai riflessi del sole. Il gabbiano continuava a fissarlo. Lui riavvitò con cautela il tappo della
bottiglia, prese la mira, e la scagliò nella direzione del pennuto, tranciandogli la testa di netto. Quel che restava del gabbiano si afflosciò lentamente sul parabrezza.
     Non restava che armeggiare con il contatore e leggere quella dannata email, ma girandosi vide un piccolo oggetto rettangolare attaccato all’oblò con lo scotch: una scatola di fiammiferi. L’esaminò puntellando il peso sui talloni, reclinando il capo per fare ombra: sul retro c’era scritto qualcosa. Si mise tra i denti la scatola di fiammiferi, raccolse con delicatezza la mano dall’asfalto, e con il gomito spinse la porta della stanza verso l’interno.
     Qualche lama di luce filtrava dalle tapparelle difettose. Si fiondò verso il piano cucina, urtando il ginocchio contro l’orlo della libreria, ma riuscì a posarvi la mano; trattenne l’urlo con la scatola di fiammiferi in bocca, perché le mani (almeno le sue) dovevano rimanere libere e agire in fretta.
     Indossò una sudatissima maglietta nera con lo stemma di Batman, dei jeans arrotolati in fondo al letto, calzini di spugna, New Balance e occhiali da sole spessi come un’enciclopedia; ficcò in valigia tutto quello che riuscì ad acciuffare. La mano, per quella usò uno di quei sacchetti trasparenti per i liquidi che danno all’aeroporto, e gli sembrò di essere incinto; prese quindi la 44 Magnum acquistata su eBay e cominciò a spargere Żubrówka dappertutto.
Al primo fiammifero divampò l’incendio, che si lasciò alle spalle correndo verso la Ferrari bucherellata, chinandosi per proteggere l’inaspettato feto; mise in moto. Spiaccicando il gabbiano decapitato alla prima sferzata contro un palo della luce, miracolosamente partì: il volante appiccicoso di latte, le tasche piene di Valium, la mano mozza di una sconosciuta in grembo.

L’Inesistente
Credits: Salvador Dalí, La lucha con los cueros del vino, 1920s