Canto delle foglie gonfie d’acqua e morte #9

All’alba, il cancello traboccava di una straordinaria quantità di foglie gonfie d’acqua e morte; soprattutto alla base. La cresta di spunzoni non si riusciva a vedere, perché la cima si spezzava nella soffice foschia. Lo storpio non guardava in alto, tanto era indaffarato a farsi la via con le stampelle in quella selva imprevista. Infilzava mucchi di sterpi e li lanciava lontano, oppure agitava le stampelle freneticamente nello spazio di un angolo non retto per aprirsi un varco. Quel suono metallico svegliava i ragazzi dello studentato tutte le mattine alla stessa ora. Nessuno si lamentava, perché ormai si erano abituati a essere strappati dal sonno in quel modo e, d’altra parte, non avrebbero saputo cosa fare per impedirgli di fare quello che faceva.
Il cimitero era attaccato al collegio universitario; o l’edificio era attaccato al cimitero, benché non ci fosse alcuna apparente connessione logica tra i due luoghi. Qualcuno continuava a dormire o a fingere di dormire, sfibrato da una notte di intensi titillamenti camerateschi; altri si alzavano, giocavano a pisciarsi addosso sotto la doccia e a picchiarsi con asciugamani intrisi di acqua gelida; riempivano quindi le tazze al ‘grande totem’ – così chiamavano il vecchio organo che i superiori avevano trasformato in dispensatore di caffè (a differenza dell’acqua delle docce, perennemente bollente) – e si mettevano a scrutare dall’alto quel bizzarro individuo del cimitero, mentre seminudi, o nudi, e tappezzati di segni purpurei, tentavano di asciugarsi i capelli con il cencio idrorepellente messo loro a disposizione dalla confraternita. Avevano aderito a tale vita associativa più per il vitto e l’alloggio gratuito, che per reale vocazione o intima adesione ai valori della rinomata promiscuità professata dalla setta religiosa. Inoltre, lo stemma delle divise, degli asciugamani, delle lenzuola (e persino delle tazze), arrapava ironicamente la loro estetica adolescenziale: la testa di un lupo cui erano stati strappati gli occhi campeggiava in un triangolo giallo fosforescente, schiumando sangue dalle orbite cave con le zanne affondate nella carne dell’agnello redentore.
I ragazzi pensavano che i superiori avessero le idee un po’ confuse, ma trovavano l’immagine più che OK: il simbolo di una vendetta ricamata all’uncinetto su tutti i loro tessuti; una vendetta che scintillava ogni volta che le loro ginocchia erano costrette a piegarsi di fronte alle cappelle per la preghiera quotidiana. All’alba, l’effetto consueto era un illuminarsi elettrico di superfici rettangolari, oltre le quali ondeggiavano giovani ombre maschili ancora non del tutto sveglie, che si stropicciavano al giorno nascente sul cimitero; seminude, o nude, comunque marchiate dalle orbite cave del lupo. Nessuno sapeva cosa lo storpio andasse cercando; e non ne erano particolarmente intimoriti.
Sbirciavano nella sua direzione senza interesse, come un fenomeno naturale che si aspetta che accada tutti i giorni alla stessa ora e in quel punto. Quel giorno, però, sentivano che avrebbero assistito a un evento inconsueto (o all’evento che finora avevano comunemente ignorato in assenza di abitudine). Lo storpio avanzava tra foglie gonfie d’acqua e morte con le sue braccia bioniche roteanti: tridenti da subconvertiti in stampelle, nonché in ottimi arnesi per frugare nelle tombe.
Le stampelle cominciarono a colpire le sbarre del cancello… BAM BAM BAM… più lampadine si accesero; più giovani ombre maschili ondeggiarono sulla superficie rettangolare delle finestre. Il cancello si sfondò: lo storpio avanzava recando in bocca un globo rosso zeppo di spine, rilucente nella foschia. I ragazzi capirono che stava cercando un posto dove inginocchiarsi; magari il sepolcro di una persona annegata per sbaglio durante un’immersione, un corpo che non era riuscito a salvare; così aveva perso l’uso delle braccia per l’eccessiva pressione, abbracciando lo scafandro fino alla fine dell’oceano. All’alba, lo storpio arrancava tutto sanguinante senza sapere con certezza quale fosse la lapide del cadavere amato. Sopra di lui, tutte le ombre studentesche adesso lo osservavano. Lupi ciechi e fosforescenti. Piegò le ginocchia al centro del cimitero. Erano buone e fresche, le rose: ne masticò tre petali.

L’Inesistente
Credits: Anonymous, Abstract Wolf, 2016