Il ghiaccio II

Ho bisogno di ghiaccio, disse. Il commesso di là dal bancone, un ragazzo sulla ventina alto e robusto, si passò sulla fronte entrambe le mani, per riavviarsi il ciuffo nero inzuppato di sudore, quasi la fronte fosse il suo organo ricettivo dell’udito. Come? Ho detto che ho bisogno di ghiaccio. Dal soffitto dello store deserto pendeva un aggeggio a pale, che ventilava con flemma cigolante sulle loro teste. Una pala mancava; le altre, sporche e ingiallite, erano collegate da ragnatele. Una specie di aurora tardiva penetrava a fiotti dalla porta di vetro dell’ingresso, bruciando ogni molecola respirabile.
Il commesso si arrotolò le maniche della camicia azzurra mostrando grosse braccia tatuate, e se le mise dietro la testa, dondolando leggermente sullo sgabello; sorrise, mostrando una striscia di zanne da pubblicità di dentifricio: avrebbe potuto mordere e straziare qualsiasi animale. La vendetta del gabbiano, pensò.
Ce l’hai un documento? Lui tirò fuori dalla tasca posteriore dei jeans il libretto universitario, sfiorandosi la maglietta sempre più mezza all’altezza del ventre: prima di scendere dalla macchina aveva attaccato il sacchetto trasparente alla pancia con pezzi di nastro isolante, ma stavano cedendo; la volata della 44 Magnum gli solleticava l’ano.
Il commesso lo immerse per qualche secondo nel suo sguardo blu da bullo di tutti i mari, quindi pescò dal bancone il libretto universitario con la mano sinistra, osservandolo come una carta da poker certamente scarsa. Wow, Facoltà di Medicina… E guarda che bei voti! Si accese una sigaretta, pareva divertirsi. Un po’ fuori corso a… Trentacinque anni? Ma i boccoli d’oro ce li hai ancora tutti! Ho detto che ho bisogno di ghiaccio. E io dico che devi darti una calmata e toglierti quei ridicoli occhiali da sole, okay? Lui obbedì, posandoli vicino alla cassa; da un barattolo spuntavano delle forbici a punta non arrotondata.
Il commesso fissò la fotografia, poi si alzò in piedi e sbattè il libretto dove lo aveva preso. Le loro facce erano vicinissime, il suo alito  sapeva di birra. Mi spiace, piccola biondina nerd, tutto il ghiaccio che avevo si è sciolto stanotte per via del blackout: mi ha fottuto tutti i surgelati; vedi là, quelle pozzanghere in fondo? Indicò una serie di sportelloni svuotati da cui lingue gonfie di acqua putrida si allungavano verso gli scaffali di dvd e cibo secco o in scatola; ecco, se mi aiuti ad asciugarle ti regalo un Chupa Chups, aggiunse spegnendo la cicca, con un’espressione felicemente sconsolata, le braccia conserte sul bancone.
Lui sfilò le forbici dal barattolo e gliele infilzò nel polso sinistro, facendo leva con tutto il peso del corpo per placcarlo; il commesso spalancò la bocca in un grido; lui ne approfittò per prendergli la nuca con la mano libera e baciarlo, prima di ricevere una testata che lo catapultò all’indietro contro uno scaffale di frutta sciroppata. Il commesso imprecava, paonazzo; prese una pistola da sotto il bancone e sparò a raffica, esaurendo tutti i colpi, schizzati alla rinfusa. I barattoli esplosero in massa ricoprendo entrambi di vischiume polposo e luccicante. Per fortuna era mancino, pensò.
Lui si rialzò claudicando – un proiettile doveva avergli scheggiato una rotula – e puntò la 44 Magnum alla tempia del commesso, per metà dipinto di sangue. Cosa vuoi da me? Vuoi i soldi? Prendi i tuoi fottuti soldi e vattene! Ho bisogno di ghiaccio, te l’ho detto, e tu ce l’hai: mi hai mentito. Come? Ho assaggiato la tua lingua, ed era gelata; hai bevuto una birra poco prima che entrassi nello store, immagino tu nasconda un frigorifero funzionante da qualche parte; inoltre mi chiedo come faccia a muoversi questo ventilatore senza corrente elettrica. Elementare, Sherlock! Credi di farmi paura? Perché non mi spari e fine della storia? Perché ho bisogno di ghiaccio, e tu sai dove possiamo trovarlo.

L’Inesistente
Credits: Salvador Dalí, La Aurora de Cervantes, 1920s