Amuchina

Si era rotto quasi tutte le ossa cadendo da cavallo, le disse con tono aristocratico, non tutte insieme in una volta, è chiaro, ma con una cadenza chirurgica, se non bimestrale poco ci mancava, si ritrovava dall’ortopedico, o peggio, su un lettino d’ospedale, con una o più gambe enfie di gesso, e in questo suo progressivo frantumarsi, il corpo non aveva ancora trovato gli incastri giusti per proteggersi dal male, cioè tale era il succo del discorso, ma probabilmente le parole furono diverse, sarebbe stato troppo umile ammettere di essere vulnerabile nonostante l’evidente predisposizione all’illacrimata sepoltura del nostro giovane allevatore di puledri, un giovane dannato dalle mani oblunghe e il ciuffo slavato, che incontrava le ragazze di periferia al gastropub vicino a piazza Marx per farsi bello con i suoi monologhi, tanto bello quanto dannato, ma soprattutto dannato, mi verrebbe da dire, visto che cadeva sempre e si era fracassato anche il naso, rimasto torvamente storto in mezzo al viso, come un volatile impagliato emergente da uno stagno di macchioline rosse e impercettibili crateri, eppure aveva tutta l’aria di crederci, forse non sapeva nemmeno lui in che cosa, ma ci credeva eccome, rispose a lei, facendole un occhiolino color pioggia, credeva che il virus non lo avrebbe ucciso, perché lui era la prova vivente che si poteva sopravvivere alla caduta quotidiana, e ricostruirsi, anche se con i pezzi sempre nel posto sbagliato, vorrei che fosse così, fece lei affascinata, ma anche un po’ pensierosa, continuando a tenere la sfera di pane di segale aromatizzata alla fragola sospesa verso destra tra pollice indice e medio, vorrei tanto che fosse così, voglio dire, che le persone credessero nella stessa cosa in cui credi tu, e lui, abbassando la mascherina anticontagio, lasciò intravedere un mezzo sorriso fintamente sicuro di sé, mentre ripassava una goccia di Amuchina sul bordo del calice di birra schiumante IPA paglierina, e questa psicosi, continuò lei, finirà per far chiudere tutti i locali, infatti quando tornerò dalle ferie non so se potrò lavorare ancora qui, non sapevo lavorassi qui, sei una cameriera, sì, sono in pausa pranzo, spesso sono stata io a servirti gli altri giorni, davvero, fortuna allora che ti ho beccata su Tinder, be’ ormai funziona così, tendiamo a credere che le cose virtuali siano più vere di quelle reali, e credi sia un errore, non ho detto questo, ma invece di dire cosa aveva detto, si abbassò la mascherina per dare un morso alla sfera di pane, e aveva denti lindi e finemente aureolati di carne e un modo di masticare oltremodo garbato per essere una cameriera rimorchiata in chat, anzi, avrebbe potuto tranquillamente confondersi a un ricevimento austro-ungarico svolazzante di valzer, non fosse stato per quel tatuaggio di una Monna Lisa armata di bazooka sull’avambraccio, questo me lo sono fatto, te l’ho forse chiesto, lei rimase interdetta, allora lui le mise una mano guantata in nitrile blu non talcato sulla caviglia scoperta, che, essendo il divanetto in ecopelle country alquanto stretto, sottile nel tacco tredici rosso Valentino quasi si sovrapponeva a quella di lui, altrettanto scoperta per via dei jeans col risvoltino, ma pelosa, non quanto la criniera di uno dei suoi puledri, certo, però era come se cavalcandoli per tutta quella gioventù, a furia di sbattere le caviglie sui loro ventri e di cadere e di rompersi le ossa, un qualche gene animalesco, anche solo per osmosi follicolare, glielo avessero trasmesso, e quindi li porti alle fiere, i puledri, mi dicevi, esatto, li scelgo, li monto, si chiamano figure quelle che faccio, guarda, disse cercando un video sul telefonino, questo sei tu, sì, stai bene vestito così, anche le tue scarpe non sono male, grazie, le ho prese in saldo da H&M a ventinove e novanta, è un’edizione limitata, sta ancora piovendo, è vero, in questi giorni sembra non smettere mai, anche gli uccelli sembrano scomparsi, in che senso, non li vedo più volare, si staranno riparando anche loro da qualche parte, a volte quelle lampade mi sembrano delle gabbie aperte capovolte, dici le lampade che pendono sulla parete a vista, sì quelle, hai una bella immaginazione tu, facendo la cameriera ho tempo per osservare le cose, sicuramente non le persone, invece sì, anche le persone, perché è vero che il locale in questi giorni non è molto frequentato, ma la parete finestrata affaccia sulla strada che porta alla stazione, e qualcuno ancora passa, ci sta, lei gli sorrise con semplicità ma lui non poteva vederlo, dove hai detto che andavi in ferie, in realtà non vado proprio in vacanza, in che senso, diciamo che devo fare un’operazione, nulla di grave spero, com’è la birra, lui se l’era appena portata alla bocca per berne un altro po’, non senza aver prima umettato di Amuchina il calice, è buona, ma mi perdonerai se non te la faccio assaggiare, sì certo tranquillo, e perché tu non porti i guanti, forse non sento così tanto il bisogno di proteggermi, forse dovresti, sei troppo carina per ammalarti, la mascherina sì, ma i guanti non sono obbligatori, se vuoi ti presto un po’ di Amuchina, grazie, lei tese l’avambraccio con la Monna Lisa armata e lasciò che lui la bagnasse con un globo igienizzante e disegnasse con le dita missili immaginari che risalivano il braccio al rallentatore, fin sopra la spalla, per esplodere sul collo, e mentre lui emetteva flebili PSCRHHH oltre la mascherina per simulare una guerra in corso, lei chiudeva gli occhi e rideva a ogni esplosione, sperando che l’ultima arrivasse il più tardi possibile, sei bella quando ridi, grazie, ma non stringermi così, lui le stringeva la caviglia, la premeva contro la sua, la mano guantata era infatti tornata in quel punto, scusa, non me n’ero accorto, con l’altra mano le spalmò sulla ghiandola pineale i gelidi residui di Amuchina esplosa, e, delicatamente, la spinse verso di sé.

L’Inesistente
Credits: Tvboy, L’Amore ai tempi del Covid-19, febbraio 2020