Vittoria Aganoor – A un Colibrì imbalsamato

O piccoletto morto,
fu bene a te funesta
la screziata vesta
di smeraldo e rubino!
Eri troppo giocondo,
eri troppo felice;
e se dà gioie al mondo
le dà brevi il destino.
A luminosi monti
sovra l’abisso oscuro
viaggiavi sicuro,
e il cielo azzurro e il flutto
credevi tuo, credevi
eterno quell’immenso
tripudio, e non sapevi
che solo eterno è il lutto.
Dimmi, piccolo ucciso,
in quel tempo beato
cui da Dio t’era dato
il cielo ampio cercare
sulle alucce tue pronte,
che mai vedesti, oh dimmi,
di là di là dal monte,
di là di là dal mare?
L’ali aperte ancor tieni,
povero amor! Volavi
verso brezze soavi
dietro un sogno gentile,
quando un umano, un forte,
ti precideva il volo
saettandoti a morte.
Oh l’uom, quanto è mai vile!
Mio povero uccellino,
un tempo anch’io, lo sai,
per l’etere vagai
libera, e m’eran ali
– ali ardite e possenti –
i miei giovani sogni,
i miei palpiti ardenti,
le speranze immortali.
Anch’io con volo aperto
dietro un sogno d’amore,
dietro un amico albore
che mi ridea lontano,
anch’io fui còlta, e il dardo
mi lanciava un nemico
ben più del tuo gagliardo
che del mondo è sovrano.
Tu, morto sei col sole
negli occhi, in mezzo ai fiumi
dei silvestri profumi,
e a sospirar la festa
perduta mancò l’ora.
A me, per la tenace
cura che mi divora
tutta la vita resta.

Una felicità eccessiva, rappresentata da una preziosa veste di smeraldo e rubino, se dà gioie al mondo – perché, tutto sommato, è bello e coraggioso beccare la vita con un abito dai colori sgargianti – dà fastidio al destino, ovvero non solo si rivela funesta, ma condanna a una morte moltiplicata all’ennesima potenza. Il piccoletto in questione – il Colibrì a cui la poesia è dedicata – prima viene ucciso, poi imbalsamato e quindi costretto a un’eternità non desiderata, a una pseudovita necessariamente immobile da cui non si può più staccare, conservando colori brillanti, ma non più appartenenti a qualcosa di realmente vivo.
L’autrice sceglie di proiettare sulla scena un Colibrì imbalsamato: un soggetto osceno nella terribilità policroma delle sue piume. Il palco è solo per lui, ma anche se il piccoletto fosse in vita, di certo non gonfierebbe il petto per la vanità instillata da questo protagonismo assoluto. Le piume, infatti, sono finte: riflettono solo l’idea del cielo in cui le ali si aprivano sicure e, ignorando la propria bellezza, sorvolavano mari e monti dove ancora giacciono enigmi destinati a rimanere senza risposta, atrofizzati nello scheletrino del Colibrì, sgombrato da ogni organo e ricoperto di luminoso smalto. Le ali sono ancora aperte, ma non possono più sbattere verso brezze soavi, né intridersi di profumi silvestri né rincorre sogni gentili; il becco si spalanca come l’abisso oscuro sopra il quale il piccoletto viaggiava sicuro, ma da quell’abisso non esce alcun suono; la musica si dissolve nell’urlo di un volo interrotto.
Un volo nel quale l’autrice si identifica: anche lei un tempo vagava per l’etere: le ali erano ardite e possenti, i sogni erano giovani, i palpiti ardenti, le speranze immortali. E poi, cosa è successo? La menopausa ha calato il suo sipario, imbalsamando il desiderio femminile di volare? O forse anche Vittoria Aganoor è rimasta scottata dalla saetta di un uomo – tanto forte quanto vile – che ha polverizzato in lei il sogno d’amore?
E se lei afferma di avere ancora tutta la vita – per ricominciare masochisticamente a volare, procacciandosi un’altra morte? – a differenza del Colibrì, questa creatura rivestita di smeraldo e rubino, che non può più volare pur avendo le ali aperte, è una grottesca istantanea che continua ad emanare seducente putrefazione, sintetizzando il dramma di una perdita che ancora fa male, ma dalla quale l’autrice non pare intenzionata a liberarsi: un dolore sottile – una tenace cura che resta e divora – che non è nostalgicamente rievocato ai fini di una sua esorcizzazione lirica, perché si tratta di un dolore inestricabile, che rimane come una presenza fisica, se pur imbalsamata, come il proiettile di un cacciatore che è andato ad infilzarsi in una zona irraggiungibile e comunque inoperabile del corpo.

L’Inesistente
Credits: Carlos Arthur, Hummingbird, 2012