Umberto Saba – Trieste

Ho attraversato tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.
Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima s’aggrappa.
Intorno 
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l’aria natia.
La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

Quando pensiamo a una città la nostra mente si affolla di profili femminili: pale d’altare o miniature; donne ilari o austere, eleganti o scarmigliate, spontanee o labirintiche; e le immagini di una nostra esperienza più o meno intensa legata a quel luogo si addormentano fra le loro cosce. Trieste no. Trieste è maschio: un ragazzaccio con gli occhi azzurri che non dorme e tira sberle. Trieste è uno schizzo disegnato dal vento: la Bora che scardina tetti e forse tutto ciò che può considerarsi ricordo.
La poesia si apre e si chiude con Saba barricato nel suo cantuccio, una sorta di trincea contemplativa circondata da un muricciolo che segna il termine del termine: la frontiera di un universo poetico costantemente minacciato dalle sferzate ossimoriche di una geografia che respinge perché sessualmente troppo attraente. L’unico riparo è offerto dalla sottrazione alla vita: le sberle del ragazzaccio con gli occhi azzurri – per giunta aspro e vorace – possono essere vissute solo schivandole, nel pensiero, nella trasfigurazione poetica di una grazia che a Saba piace (e non poco), ma che per la sua scontrosità non può essere esteticamente fruita: può solo essere contemplata nel tormento di un’aria natia, un’aria strana che domina tutto distruggendo tutto. E nemmeno la visione di un capezzolo (etero?)sessuale – l’ultima casa che si aggrappa sulla cima di una collina – può salvare dalla schiavitù erotica autoimposta dal poeta; il quale sì, era sposato, ma con una gallina gonfia di piume: eloquente metafora con cui Saba altrove dipinge la moglie.
Trieste, come uno scoglio, è scalfita dagli schiaffi del vento; una scarica di enjambement scolpisce l’essenziale, gli alveoli dove brulicano i granchi dell’Adriatico. Resta un oblungo organismo roccioso che profuma di zuppa primordiale, sotto la cui superficie respira un uomo raggricciato nella violenta nudità del proprio desiderio. Un amore con gelosia. Un bacio negato a priori, che non si può vivere né conoscere con le labbra. Un amore che fa rima con fiore. Uno scarabocchio infantile. Un amore totale e ingenuo nei confronti di una parte di sé inequivocabilmente oscura e dalle mani troppo grandi. Mani troppo grandi per regalare un fiore. Mani che non sanno compiere il gesto di affetto più semplice del mondo, incarnando l’impossibilità di una breccia pacifica in direzione della vita. In queste mani, maschili e scabrosamente fresche, Saba distilla il suo triste erotismo.

L’Inesistente
Credits: Pablo Picasso, The Absinthe Drinker, 1901