Sergio Corazzini – Canzonetta all’amata

Conviene che tu muoia,
dolcezza, oggi, per me.
Vele di barche in mare!
Non dovevo lasciare
che, pur se triste, il sole
bagnasse il limitare!
Conviene che tu muoia,
dolcezza, oggi, per me.
Forse mi allontanai
troppo, ché, certo, mai
tanto mi piacque andare
solo, con la mia bella
rete nuova e una stella
per guida frà rosai.
Conviene che tu muoia,
dolcezza, oggi, per me.
Erano così chiare
le acque! Dolce pescare
se la rete sia nuova!
Quanti nidi contai
di stelle e quante mai
vele di barche in mare?Conviene che tu muoia,
dolcezza, oggi, per me.

Quale gioia tentò
la porta, s’inoltrò
cauta e infantilmente
rise nell’obliata
casa e fiorì la grata
di viole? Non so.

Conviene che tu muoia,
dolcezza, oggi, per me.

Felicità mi spiace,
felicità è loquace
come un bimbo; l’ho a noia!
La mia rete ha ceduto,
la mia stella ha perduto
il fedele seguace.

Conviene che tu muoia,
dolcezza, oggi, per me.

Vele di barche in mare.
Chi attendi al limitare?
Regina delle lagrime
e de’ dolci martiri,
non anche tu sospiri
chi deve ritornare?

Sì, conviene che muoia,
dolcezza, tu, per me.

Se veniamo scaricati da un’amante, che si tratti di una sveltina o di qualcosa di più articolato, non è quasi mai un’esperienza piacevole. In questo caso, però, non è lei che liquida lui, ma è lo stesso Corazzini che con questa canzonetta dichiara il proprio addio. Un addio senza rancore, forse divertito, certamente necessario: già scintillano vele di barche nel mare. Un addio che si dipana nella forma di una ballata macabramente intima, in cui molto viene taciuto sotto il velo di una personale mitologia delicata e beffarda. A questo addio si aggiunge l’eco di un placido invito a morire detto col sorriso da chi, con ironia, trascende la tristezza propria e altrui legata all’inevitabile separazione.
L’autore non sa (o finge di non sapere) quale gioia, inoltrandosi nella casa di lei, permise l’amplesso. Che sia un modo per dimenticare? Eppure tutto sembra già offuscato nella dimensione del mito; tutto sembra già collezionato in ogni suo petalo dentro un’omerica ampolla dell’oblio. Dopotutto a Corazzini non interessano le viole, bensì le rose, tra cui si intrufola per pescare stelle nella sua rete; questo infatti è il nucleo della sua poetica, del suo essere non-poeta: fanciullo irretito in un microcosmo pulp, dove, sommerso da cespugli irti di spine, sguazza in pozzanghere di sangue, e piange.
Il fanciullo qui non è l’alter ego di Corazzini, ma è la Felicità. Per essere precisi, una felicità che annoia come un bimbo troppo loquace che invece di stelle pretende caramelle. Così, la rete del non-poeta si strappa, diventa inutile e ridicola: le stelle ormai sgusciano via dalla trappola e, vagamente disgustate, tornano a nascondersi fra i rosai. Le stelle, a causa di quella fastidiosa felicità, perdono il loro fedele seguace, ossia colui che, sporco di rosso, andava a pescarle.
La costa di Cartagine, pur bagnata dal sole, non zampilla più di pesci poeticamente appetitosi. Pescare, qui, non è più dolce: per sfamarsi Corazzini ha bisogno di salpare, e anche con una certa fretta. Fondare un Impero come fece Enea? No, non c’è tempo: la rete deve essere ricucita al più presto perché gliene serve con urgenza una nuova, se vuole sopravvivere. Didone, d’altra parte, ha già una lama che le sfiora il seno. Le sue lacrime sono diverse da quelle del fanciullo che piange. Sì, conviene proprio che muoia, questa Regina.

L’Inesistente
Credits: Andrea Sacchi, Morte di Didone, XVII secolo