Senza volto

Fammi fuori, non essere timido, puntami alla tempia la tua pistola laser da alligatore dello spazio, spediscimi in un sogno lunare a occhi aperti che non sia questo, ti prego, spara forte, usa tutto il laser necessario, qui al supermercato non se ne accorgerà nessuno, sei nello specchietto del trucco alle mie spalle, ti vedo, che ti costa, un colpo solo e BOOM, chissà dove saresti in grado di portarmi, la maggior parte di loro, dico i clienti, è qui per godersi una pausa da se stessi, da tutte le scelte che rendono un prodotto cool e l’altro obsoleto, se capisci cosa intendo, ma il problema non è la scelta, il problema è dimenticarsi della scelta che non hai fatto, resta lì avvitata nel cervello, mamma mamma dice il mio bambino, ha già cominciato a parlare, ma perché, non poteva concedermi, che ne so, qualche millennio di silenzio, aspettare di dirmi le parole giuste, e non la sbrodolata di un profeta disarticolato con il latte alla bocca, aspetta, mi viene da dirgli, raccontami la verità, la verità ha bisogno di tempo, e lo accarezzo, perché lo amo più di qualsiasi altra cosa, mio caro alligatore dello spazio, perciò, coppia aperta o no, te lo dovrai accollare giorno e sera sul prossimo pianeta, l’allattamento è finito, ma credimi, è il principio della fine, aspetta che finisco di sistemarmi il rossetto sul labbro inferiore, leggero colpo di mignolo, e un segaiolo occhi sgranati mi fa capire che devo tirare su la mascherina, virus di merda, non si può neanche flirtare in pace nei corridoi di un supermercato, e io che sono perfino andata a tagliarmi i capelli, sto una favola con il nuovo colore, il caschetto mogano asimmetrico mi toglie una decina d’anni e con tutte le creme alla bava di lumaca che sovrappongo, insomma Cristo era più cesso di me alla mia età, eppure forse avrebbe più fortuna di me adesso, non dovendo mostrare il suo dolente santissimo volto, Giuda non lo bacerebbe di sicuro, ad esempio, e in questo ambaradan complottista del deep state, anche Cristo sarebbe un senza volto come tutti gli altri, e ciao religione, storia tutta da riscrivere, in principio era il verbo, sì ma che fatica, e se avessero dipinto altro, mi chiedo, una qualsiasi cosa nel mondo sarebbe stata più attraente di un pazzo moltiplicatore di pani e di pesci che di certo però non sa leggere la provenienza del merluzzo sulle etichette degli omogeneizzati, in saecula saeculorum, mio caro alligatore spaziale, nessuna pietà qui al supermercato, nessuna pietà per il mondo, tutti passano e provano a scavarti dentro con gli occhi talmente spremuti fuori dalle orbite che tra un po’ te li sparano sul crop top giallo canarino di Armani, e gli occhi rotolano giù sbrilluccicandomelo tutto fino a rimbalzare tra i carrelli, e i bambini a rincorrerli come le biglie del nuovo corso trasmutanti in pulcini, i pulcini all’epoca delle dark room a cielo aperto in cui ti scrutano l’anima con occhi che si sono già stufati di averla, un’anima, ma comunque lo fanno, fingono che un legame con i senza volto sia possibile, eppure, CIP CIP, sulle orme fantasmagoriche dei pulcini io mi scoperei hic et nunc, mi strapperei a morsi come un alligatore dello spazio, dietro il bancone della macelleria, e poi mostrerei a tutti i brani del mio autopasto, luccicanti in vetrina fra zanna e zanna, felice di non dovermi rivedere mai più, mamma mamma, che c’è tesoro dimmi, che c’è, dimmelo, ti piace l’alligatore, lo vuoi, e lo guardo supplicando che mi dica di sì, è splendido, guarda che zanne che ha, attento che ti morde GRRR, il mio bambino ride, gli faccio il solletico usando le fauci dell’alligatore dello spazio, mi chiedo dove tenga nascosta la pistola, sarà un cassettino segreto sotto la pancia, basta basta basta, il mio rossetto non lo vedranno mai, non vedranno mai la mia voglia a forma di rosa appena sotto la guancia sinistra, nessuno si avvicinerà per esaminarla, nessuno la toccherà, nessuno la bacerà, nemmeno Giuda, o forse lui sì, mi bacerà, mamma mamma, mi guarda e stringe l’alligatore e mi fa capire che non se ne staccherà facilmente, e mi esce una lacrima, perché sono una lacrimosa del cazzo, mi giro per non farmi vedere dal bambino asciugandomi col dorso della mano destra, ora avrò mezza faccia nera come minimo, vogliono portarmelo via, il padre era un senza volto, un OmasK di quelli intransigenti, sembrava un doriforo decapitato, al posto delle mani aveva delle zampe con i recettori dei miei punti G, e dove non li trovava, li inventava, dappertutto i suoi ipersensibilissimi arti statuari mi costringevano in una magnifica morsa di sudore in cui immaginavo lui avesse i lineamenti di un guerriero, un giovane guerriero morto di morte violenta perché troppo bello e abile nell’arte della caccia, e dunque inviso agli dei, capricciosissimi, sicuramente l’ha ammazzato Diana con una sua freccia incendiata dalla Luna, gli ha perforato il capo da parte a parte, e io lecco là dove sarebbe inutile spezzare la freccia e ho già una vita dentro che mi spezza il futuro, perché il fiotto è stato troppo potente e ha bucato il preservativo, me l’ha sparato all’inizio dello sterno, ho sentito il seme sbattere sull’estremità inferiore del cuore, e già maledicevo quella perversa statua senza volto, perché mi ha trasmesso l’antipatia degli dei, gli dei mi sono invisi, specialmente Diana, perché è più brutta di me, piccina, e sì, il favorito della Dea mi ha ricoperta di cash, il patto era che sarei dovuta sparire, cambiare città ogni sei mesi, continente ancora meglio, mi avrebbe fornito lui jet privati e cocktail Champagne di benvenuto, per lui ero solo un’assistente di volo senza volto, una ormai ex dipendente della Qatar con cui si era fatto una sveltina, e che sveltina, nel cesso dei VIP, adesso però Enrico VIII mani d’oro si è accorto che ha bisogno di un erede, e dopo cinque anni torna, capito, lui torna perché è un OmasK intransigente e può fare quello che vuole, si è costruito un’isola con i Lego nel tempo libero, e si è sposata una di Dubai, o una a Dubai, una tipa random plasticosamente educata su una cazzo di isola di Dubai, fa lo stesso, tanto lì con burka e cocaina giocano in casa, però la religione vieta di bere alcolici e pare non insegni a figliare nel modo giusto, maiali, maiali, maiali di plastica a caccia di figli maschi, e, soprattutto, il Maiale, rivendica la paternità del mio bambino, il mio sfolgorante Sole, perché lui è il volto del Sole, stamattina allo specchio, quando gli allacciavo le scarpe con il velcro, anche se sarebbe capacissimo di allacciarsele da solo, gli piace che sia io a terminare l’opera, anche se ormai sa che lo so e potremmo pure andare oltre questo giochino sadomaso, guarda mamma, guardo, se rido sono il Sole, e rido anch’io, perché aveva ragione, lui era il Sole, fino a un anno fa sbatteva la testa là dove si incontravano mattonelle o cose del genere, problemi con le linee, disgrafia, discalculia e balle varie da psicologia dell’infanzia, a volte vorrei che bruciassero tutti, a parte me, il Sole, e la nostra nuova figura di alligatore alfa, non ci manca niente, più che perfetti per il family day, dobbiamo solo nasconderci da uno sceicco e la sua gang OmasK in mitra, per quanto ancora potremmo rifugiarci nei supermercati non lo so, ormai li vedo appostati ovunque tra gli scaffali di megastore e stazioni di servizio, dormiamo in macchina da tre settimane per non lasciare i nostri nomi sul registro dei motel, cambio taglio e colore appena posso, ma il mio conto in banca si sta prosciugando, ho bisogno che l’alligatore spaziale mi punti la sua pistola laser alla testa e ci trasporti in un altrove pieno di volti, ma i seguaci dello spirito del giovane prematuramente morto per amore non corrisposto e senza volto, ha ancora la freccia di Diana la cacciatrice conficcata nella sua testa inesistente, e vuole prendersi il mio bambino, portarlo in quel posto di merda lontano da me, e dopo tutto il lavoro che abbiamo fatto per superare gli episodi di autolesionismo del bambino, non sapete quanto abbiamo riso e pianto insieme, quanto l’ho tenuto stretto come la cosa più preziosa nonostante l’invitante prossimità della lavatrice, il suo odore è il mio, io ho trentatré anni e le mestruazioni, ma l’odore di un bambino di cinque anni, ve lo posso giurare, sotto le spruzzate di Acqua di Parma Oud comprato all’ultimo duty-free prima che la Qatar mi licenziasse in tronco, il mio odore è esattamente quello di un maschio cinquenne che si crede il Sole, mamma mamma possiamo tenerlo PSCH PSCH, ma spara o morde, gli chiedo, io sono quel bambino di cinque anni, oggi e tra un millennio, in ogni singolo gesto e soprattutto quando avrò finalmente trovato le parole giuste per dirgli che lo amo, ma gli alligatori non sparano, strappo un sacchetto trasparente per la frutta sorridendogli compassionevole da sotto la mascherina, e me lo stringo ai jeans, amore gli alligatori sparano così forte ma così forte che possono mandarti su un’altra galassia, lui sembra quasi spaventato, allontana da sé l’alligatore spaziale e lo ammira con la bocca a O, un’altra galassia, ripete, esattamente, ma devi anche sapere che io controllo la sua mente perché sono stata la prima a vederlo, quindi, non è vero l’ho visto prima io, eh no carino, tu eri tutto rapito da un transformer, quello bianco e blu che diventa un cacciabombardiere, e tu come fai a saperlo, trucchi del mestiere, quando diventerai madre capirai, ma, niente ma, l’alligatore lo teniamo se ci comportiamo bene, chiaro, lui si è incupito, si sente un po’ fregato, il mio panoptismo l’ha sorpreso e sta elucubrando una exit strategy per ottenere l’alligatore spaziale pur comportandosi male, o almeno non benissimo, è un vizio di famiglia, io ci provo, ma il bene è così noioso, guardiamo Donald Duck con i pop corn caldi ricoperti di burro e salatissimi, e ridiamo come due satiri teppisti sul divano, adesso prendiamo qualche mela okay, possibilmente non avvelenata, tu le sai riconoscere le mele non avvelenate, lui scuote la testa, sempre più cupamente soggiogato dall’idea di non aver tutto sotto controllo, la storia di Biancaneve però la conosci vero, ovvio, fa lui stizzito dalla domanda, ci sei, sì, adesso guarda solo le tue mani, il resto non esiste, non è mai esistito, vuole capire come si fa a riconoscere una mela avvelenata, tu gli sorridi da sotto la mascherina mentre lui pende dalle tue labbra invisibili, per riconoscere una mela avvelenata devi metterla in controluce, così, fallo anche tu, bravissimo, e ride, e se vedi il riflesso della strega, be’, quella è una mela avvelenata, non la metto di certo nella busta, ottimo, e gli passi la mano tra i capelli, glieli vorresti lavare e massaggiare a lungo con lo shampoo all’albicocca che non brucia agli occhi, ma nei bagni pubblici meglio darsi una sciacquata flash, apri lo specchietto del trucco e dai un’occhiata in giro, attraverso il negativo vedi l’intima qualità demoniaca della luce, non ho capito, e tira un calcio svogliato a una scatola viola di Tampax caduta dallo scaffale, io gli afferro il polso e lo guardo dritto negli occhi, va bene signorino, l’alligatore lo lasciamo qui per sempre, e glielo strappo di mano, mamma mamma, mamma un corno, cosa ti ho detto, lui si mette a piagnucolare ma so che fa finta, mi inginocchio davanti a lui, davanti allo sconfinato scaffale dei Tampax, ascoltami bene, dico, asciugandogli lacrime e moccio con un mio fazzoletto usato, tanto lui usa sempre i miei, qui ci stanno tendendo una trappola, della gente vestita di nero tipo poliziotti ma molto, molto più cattivi okay, loro non ti devono vedere, per nessuna ragione, mi stai seguendo, credo di sì, mi ridà il fazzoletto moccicoso, e adesso cosa facciamo, adesso dobbiamo giocare a guardia e ladri e noi siamo i ladri, ma lui viene con noi, lui deve venire con noi, gli alligatori sparano, ricordi, ci serve un’arma nel caso in cui, vogliono ucciderti mamma, mettiti il cappellino di lana che usiamo quando si va a fare a palle di neve, pizzica, lo so, anch’io non sopporto la lana sulla pelle, ma copriti bene, lascia scoperti solo gli occhi, bravissimo, vogliono ucciderti mamma, ma non dire sciocchezze, adesso facciamo finta di niente e continuiamo la spesa, ci servivano le mele non avvelenate, farfuglia, lo sento piangere sotto il passamontagna, questa volta non finge giusto, le mele, vorrei fare qualcosa, un gesto qualsiasi per dirgli che andrà tutto bene, ma non ci riesco.

L’Inesistente
Credits: Giacomo Balla, Plasticità di luci + velocità, 1912-13, private collection, New York | David Bowie, Moonage Daydream, 1971 https://www.youtube.com/watch?v=gvkfg-6GsBo&list=RDgvkfg-6GsBo&start_radio=1&t=45