Salvatore Quasimodo – Colore di pioggia e di ferro

Dicevi: morte, silenzio, solitudine;
come amore, vita. Parole
delle nostre provvisorie immagini.
E il vento s’è levato leggero ogni mattina
e il tempo colore di pioggia e di ferro
è passato sulle pietre,
sul nostro chiuso ronzio di maledetti.
Ancora la verità è lontana.
E dimmi, uomo spaccato sulla croce,
e tu dalle mani grosse di sangue,
come risponderò a quelli che domandano?
Ora, ora: prima che altro silenzio
entri negli occhi, prima che altro vento
salga e altra ruggine fiorisca.

Tu, poeta, non sei stato abbastanza veloce. Hai provato a fare l’Achille, ma adesso sei un solo un ammasso di carne, polvere e sudore; gonfi il petto per compiere i soliti gesti epici, ma non funziona più; il  tuo eroismo è disperato, hai il fiato corto, è troppo tardi: la tartaruga placidamente ti sorpassa rivolgendoti un più che meritato ghigno.
Dicevi: morte, silenzio, solitudine, amore; attingevi a un calderone di parole che avrebbero dovuto parlare di vita o, almeno, parole vicine alla vita, in grado di sfiorarla e farla fiorire. Queste parole, però, non sono bastate: immagini provvisorie che il vento, levandosi leggero ogni mattina, ha fatto gradualmente evaporare. Tutto questo BLA BLA BLA è evaporato in cielo, formando nubi di ferro dalle quali, goccia a goccia, il tempo è colato come acido solforico, accarezzando le pietre che voi (maledetti!) poeti ancora non siete riusciti ad animare con il vostro ronzio.
Quasimodo, allarmato, osa interrogare l’uomo spaccato sulla croce dalle mani grosse di sangue. Si tratta di un’emergenza, dopotutto: il paradosso di Zenone ha avuto la meglio e la verità, sotto una pioggia del genere, scivola lontano. Ora serve un rimedio: quale, però? Un LATTE+ dalle proprietà rivoluzionarie che inietti nuova linfa nelle corde vocali di Achille, forse; o magari un’arma che faccia rallentare la tartaruga, una risposta che spacchi l’assurdità di una corsa destinata al fallimento più grande: il silenzio
Silenzio che può entrare negli occhi, spargendo nel mondo gli effetti di una cecità che la poesia per secoli ha cercato a tutti i costi di evitare. Ignoranza, omologazione, violenza; e soprattutto alienazione, intesa come idiozia, come non bellezza, come lontananza dalla vita. Bisogna cancellare o convertire al più presto il colore di quelle nubi. Le pietre si sono sfigurate per sempre, afflosciandosi sotto le gocce del tempo, deflagrate in schegge radioattive. Bisogna fermare quella pioggia, prima che la terra assorba quelle schegge, prima che una foresta di ruggine germogli divorando l’uomo. Irreversibile reazione chimica. Nuove pietre devono prendere il posto di quelle vecchie. Le pietre che Deucalione, figlio di Prometeo, si gettò alle spalle après le déluge per ripopolare la terra.

L’Inesistente
Cretis: Max Ernts, The large forest, 1925