Giuseppe Ungaretti – Caino

Corre sopra le sabbie favolose
E il suo piede è leggero.
O pastore di lupi,
Hai i denti della luce breve
Che punge i nostri giorni.
Terrori, slanci,
Rantolo di foreste, quella mano
Che spezza come nulla vecchie querci,
Sei fatto a immagine del cuore.
E quando è l’ora molto buia,
Il corpo allegro
Sei tu fra gli alberi incantati?
E mentre scoppio di brama,
Cambia il tempo, t’aggiri ombroso,
Col mio passo mi fuggi.
Come una fonte nell’ombra, dormire!
Quando la mattina è ancora segreta,
Saresti accolta, anima,
Da un’onda riposata.
Anima, non saprò mai calmarti?
Mai non vedrò nella notte del sangue?
Figlia indiscreta della noia,
Memoria, memoria incessante,
Le nuvole della tua polvere,
Non c’è vento che se le porti via?
Gli occhi mi tornerebbero innocenti,
Vedrei la primavera eterna
E, finalmente nuova,
O memoria, saresti onesta.

Se, come si legge nella Bibbia, tutti gli uomini sono fatti a immagine di Dio, e se Caino è un uomo, la conclusione del sillogismo non è valida, perché Caino non è fatto a immagine di Dio, ma a immagine del cuore. Un uomo che uccide per gelosia e che per millenni ha incarnato l’essenza della malvagità, viene qui riproposto come immagine del cuore: simbolo delle nobili passioni che dovrebbero guidare l’agire umano; organo biologicamente determinato a non fermarsi per garantire la vita.
Caino, infatti, corre; corre con piede leggero su sabbie appartenenti a un mondo irreale, a una favola in cui lui è pastore di lupi; un lupo leader dalle fauci iridescenti che morde il mondo reale, conficcando denti di luce nei nostri giorni. E Ungaretti si innamora di questo umanoide lupo killer fatto a immagine del cuore. Lo afferma senza mezzi termini: scoppia di brama, perché inseguendolo nel suo aggirarsi ombroso, respira natura; perché la corsa di Caino segue il ritmo della poesia. Caino fugge il poeta con il passo del poeta che, desiderando quel corpo allegro più di ogni altra cosa, lo insegue, e quando l’ora è molto buia chiede: sei tu fra gli alberi incantati?
Terrori, slanci e rantolo di foreste disegnano la camera germinale della poesia. Una poesia che non ha niente di femminile; una poesia che spezza come nulla vecchie querci; una poesia che prende le distanze dall’anima. Caino è la vera scintilla anima(le) per cui Ungaretti sbava, e che si scola in scorribande intrise di nero; Caino è la fonte nell’ombra che, prima di andare a dormire, imbratta allegramente la notte di sangue.
Il poeta, però, deve fare i conti con la necessità di calmare l’anima – quando quest’ultima, reiteratamente stropicciata, comincia a stiracchiarsi nel letto al canto del gallo – e con la smania di delitto consumata (e da consumare) nottetempo: impossibile soddisfare queste due istanze in sincronia; impossibile vedere la primavera eterna. L’innocenza degli occhi è negata da un darwinismo incestuoso che si replica a intervalli regolari scanditi dal giorno e dalla notte.
Nella cassa toracica di Ungaretti pulsa il cuore trapiantato di un lupo. L’anima, afflosciandosi nella sua troppo umana inquietudine, si è allontanata dalla natura e quindi dalla poesia stessa: non è più in grado di instillare il movimento e la luce ingenui di cui il poeta ha bisogno per essere poeta. Di conseguenza, la poesia (il fratello, più forte) stupra l’anima (la sorella, più debole), che muore e risorge ogni mattina in attesa di subire il prossimo assassinio. In altre parole, Caino squarcia le chiappe flaccide di Abele non per gelosia, ma per riaffermare il dominio della poesia sull’anima e della natura sull’uomo.
La memoria, antica e polverosa madre della poesia (e dunque dell’anima), si rifugia in una nuvola di noia e da lì osserva il gioco perverso indefessamente imbastito dai propri figli, ormai stanca di essere onesta. Ungaretti certo non si dispera per questa scelta; ricordare non serve più, ululare è sufficiente: ha trovato nuovi fluidi con cui irrorarsi, altre primavere con cui correre alla ricerca di un senso.

L’Inesistente
Credits: Lionello Spada, La morte di Abele, XVII secolo