Giacomo Giardina – Non è un quadro

Paese dalle strade a zig-zag,
strade rosse d’estratto di pomodoro
disteso al sole che cade;
casette nane
tutte colorate d’un pallido viola.
Una fontana, prostituta della piazza,
versa due rivi di lacrime dalle poppe,
sotto un pornografico campanile pendente.
Il vicino arco, a gambe aperte, lascia vedere
la bellezza rosea del tramonto.
Un girotondo di contadini
Chiude uno strato giallo di fiori:
ansiosi girasoli
che attendono un’aurora
piena d’amorosi calabroni.
Suoni, suoni, suoni
argentini di campane
accendono le stelle
ai divini cieli.
L’idiota sacrista agitando le corde dei sacri bronzi,
con mosse pagliaccesche, cancella la bellezza rosea
del magnifico tramonto siciliano.

Sulla tela del quadro colano sghembi rivoli di pomodoro; su questo rosso intervengono dita imbevute negli ultimi lembi di blu concessi dal tramonto, per tingere di un pallido viola le casette nane del paese. La scena dunque lascia spazio alla fontana, la prostituta della piazza. Una prostituta che piange dalle poppe, lasciando che su questa umidità penda un campanile. Un campanile pornografico, a differenza della fontana. Perché mentre il campanile, nella sua maschile evidenza, ha poco da confessare, il poeta decide di dipingere la fontana con stucchevole tragedia tutta femminile. La fontana non ha molta scelta. Non si può muovere. È nuda e dalla sua nudità sgorgano lacrime. Sembra che il mascara le scivoli dagli occhi mescolando linee nere agli altri colori del quadro. Il campanile, assorbito il sole di una giornata, si china sulla fontana sciorinando la propria erezione. Spettatore di questo bislacco porno en plein air è il vicino arco: apre le gambe il più possibile, sfogando un esibizionismo bifocale: non solo lascia che la bellezza rosea del tramonto si veda, ma che essa proietti i suoi caldi barbagli su ciò che in piazza si va sfacciatamente consumando.
È una natura morta che, urbanizzandosi, respira come un paesaggio abitato da divinità cadute, antropomorfe, le quali, per virtù (l’arco e il campanile) o per necessità (la fontana) agiscono senza pudore, tagliando le briglie agli umori e agli istinti più nani. E le casette viola pallido stanno a guardare.
Sullo sfondo, un girotondo di contadini – uno strato giallo di fiori – barcolla verso casa, verso l’ultima luce, verso la penetrazione dell’arco. I contadini sono ansiosi girasoli e, in accordo con il loro eliotropismo naturale, seguono i raggi che vanno estinguendosi nella notte e che si trasformeranno in aurora; un’aurora sadica che disseterà la sezione aurea dei petali disposti secondo i numeri di Fibonacci, in cambio di amorosi sciami di calabroni: altre linee nere che si aggiungono al mascara disciolto dalla fontana; ambigui compagni del lavoro nei campi, insetti inutili, ridicoli predatori che non favoriscono l’impollinazione dei fiori né producono miele ma, semplicemente, si cibano di altri insetti. E attenzione alle femmine! Le femmine dei calabroni sono dotate di pungiglioni in grado di provocare reazioni anafilattiche anche mortali, qualora venisse loro il ghiribizzo di vendicare la fontana.
D’altra parte, i contadini-girasoli sono creature dalla doppia sessualità, una sessualità sintetica che forse li protegge dalla vita e li proietta oltre le virtù e le necessità della vita stessa, oltre gli umori e gli istinti più nani della natura e dell’uomo: se infatti il contadino richiama subito l’immagine di un maschio, il girasole è femmina: nelle Metamorfosi di Ovidio si legge infatti che la ninfa Clizia, innamoratasi di Apollo, per aver contemplato troppo a lungo il suo carro fiammeggiante nel cielo, si sia trasformata in girasole.
La cultura, l’abitudine, l’idiozia imposta da ciò che è ritenuto non profano: questi sono i pagliacci che cancellano la bellezza rosea del tramonto, la bellezza in sé, l’unica luce che si dovrebbe liberamente seguire per elevarsi e superarsi sulla terra al di là di qualsiasi presunta verità.
Si agitano le corde delle campane; quel suono sacro plana sul dipinto come un barile di varichina: disinfetta, strappa via ogni colore. E il quadro non è più un quadro.

L’Inesistente
Credits: Vincent Van Gogh, Vase with Fifteen Sunflowers, 1888