Eugenio Montale – L’angelo nero

O grande angelo nero
fuligginoso riparami
sotto le tue ali,
che io possa sorradere
i pettini dei pruni, le luminarie dei forni
e inginocchiarmi
sui tizzi spenti se mai
vi resti qualche frangia
delle tue penne.

O piccolo angelo buio, non celestiale né umano,
angelo che traspari
trascolorante difforme
e multiforme, eguale
e ineguale nel rapido lampeggio
della tua incomprensibile fabulazione.

O angelo nero disvelati
ma non uccidermi col tuo fulgore,
non dissipare la nebbia che ti aureola
stampati nel mio pensiero
perchè non c’è occhio che resista ai fari,
angelo di carbone che ti ripari
dentro lo scialle della caldarostaia

Grande angelo d’ebano
angelo fosco
o bianco, stanco di errare
se ti prendessi un’ala e la sentissi
scricchiolare
non potrei riconoscerti come faccio
nel sonno, nella veglia, nel mattino
perchè tra il vero e il falso non una cruna
può trattenere il bipede o il cammello,
e il bruciaticcio, il grumo
che resta sui polpastelli
è meno dello spolvero
dell’ultima tua piuma, grande angelo
di cenere e di fumo, miniangelo
spazzacamino.

Un forno non è proprio il luogo ideale che siamo portati a immaginare per una preghiera, specialmente se nella bocca di quest’ultimo sfrigolano ramoscelli in fiamme. Altrettanto inconsueto è invocare la protezione di un grande angelo nero. Eppure il poeta non chiama in causa altre divinità: vuole ripararsi sotto le fuligginose ali di questa creatura e inginocchiarsi sui tizzoni spenti, per accarezzare quel che resta dei rami, sempre che l’angelo nero accetti di sacrificare una dose sufficiente di penne per estinguere il fuoco.
Nella seconda strofa l’angelo diventa piccolo e a questa metamorfosi segue l’elenco dei suoi attributi. Inno omerico quantomeno sbronzo. L’angelo è buio, non è celestiale né umano; è trasparente, trascolorante, difforme, multiforme; è eguale, ineguale e tendenzialmente analfabeta: le sue parole, infatti, lampeggiano rapide e incomprensibili. Insomma, Montale è un po’ confuso, oltre che mangiapenne a tradimento.
Nella terza strofa chiede al piccolo angelo nero di disvelarsi – affinché l’enigmatica richiesta del poeta possa compiersi? – quindi gli concede una mitragliata di imperativi e di elogi che potrebbero suonare anche come sberleffi: non uccidermi col tuo fulgore, non dissipare la nebbia che ti aureola, stampati nella mio pensiero! Tu, angelo di carbone, che ti ripari dietro lo scialle della caldarrostaia!
Se ora l’angelo è d’ebano, poco dopo diventa bianco e stanco di errare; e se prima il poeta gli ha chiesto di disvelalarsi (implicando una non-conoscenza dell’angelo) adesso afferma di riconoscerlo nel sonno, nella veglia e nel mattino, purché non tocchi la sua ala e non la senta scricchiolare: il grumo di cenere che tale contatto lascerebbe sui polpastrelli vale molto meno del pensiero della sua ultima piuma.
L’angelo, diventato nel frattempo un miniangelo spazzacamino, è imprigionato nella non concretezza, nel limbo della cruna di un ago il cui campo magnetico lo priva della funzione di messaggero: non può annunciare niente, perché là vero e falso restano sospesi, sia per il cammello sia per l’uomo sia per qualsivoglia tronfia o mesta divinità.
Nel forno si cuoce una ridicola apocalisse; un cortocircuito poetico per cui il drago rosso partorisce e divora il proprio figlio, sbattendosene altamente della donna vestita di sole che gli urla davanti in preda alle doglie. Il poeta è l’angelo nero; quelle penne polverose e bruciacchiate sono le sue; Montale invoca Montale nella tanto umile quanto spietata anticamera di una preghiera che coinvolge esclusivamente se stesso.

L’Inesistente
Credits: William Blake, The Great Red Dragon and the Woman Clothed in Sun, 1805-1810