Cesare Pavese – L’istinto

L’uomo vecchio, deluso di tutte le cose,
dalla soglia di casa nel tiepido sol
guarda il cane e la cagna sfogare l’istinto.Sulla bocca sdentata si rincorrono mosche.
La sua donna gli è morta da tempo.
Anche lei come tutte le cagne non voleva saperne,
ma ci aveva l’istinto.L’uomo vecchio annusava;
non ancora sdentato; la notte veniva,
si mettevano a letto. Era bello l’istinto.
Quel che gli piace nel cane è la gran libertà.Dal mattino alla sera gironzola in strada;
e un po’ mangia, un po’ dorme, un po’ monta le cagne:
non aspetta nemmeno la notte. Ragiona,
come fiuta, e gli odori che sente son suoi.

L’uomo vecchio ricorda una volta di giorno
che l’ha fatta da cane in un campo di grano.
Non sa più con che cagna, ma ricorda il gran sole
e il sudore e la voglia di non smettere mai.

Era come in un letto. Se tornassero gli anni,
lo vorrebbe far sempre in un campo di grano.

Scende in strada una donna e si ferma a guardare;
passa il prete e si volta. Sulla pubblica piazza
si può fare di tutto.
Persino la donna, che ha ritegno a voltarsi
per l’uomo, si ferma.
Solamente un ragazzo non tollera il gioco
e fa piover sassi. L’uomo vecchio si sdegna.

L’uomo vecchio si ferma sulla soglia di casa e lascia che sulla bocca sdentata scorrano mosche; le delusioni che l’hanno ridotto a patetico voyeur, ectoplasma di libertà in putrefazione. La bocca spalancata in una circonferenza imperfetta, in una smorfia penosa, è l’unica fonte di luce: è la lente su cui il sole si riflette proiettando sulla piazza sagome tiepidamente scialbe di cani che sfogano l’istinto.
Nella cavità orale dell’uomo, l’istinto ha deposto larve che negli anni hanno sostituito lo smalto di un animale che non può più mordere la vita, ma solo osservarla. Osservare i dettagli di quello che resta della vita; quei dettagli a cui prima non aveva dato importanza perché troppo preso dalla vita di cui credeva di nutrirsi, di racchiudere in un istinto soltanto suo, e che invece lo stava semplicemente consumando.
Attraverso la bocca fluisce quel tepore malsano, i ricordi di quando ancora non era sdentato, di quando ancora poteva godere l’illusoria libertà di montare quella cagna di sua moglie: a letto o, ancora meglio, in un campo di grano – superfluità della scenografia – e assaporare il gran sole (non già il tiepido sole) e il sudore e la voglia di non smettere mai.
Ma la nostalgia di un piacere vissuto – o forse solo immaginato – qui diventa desiderio attuale che oscenamente si dispiega davanti a un’oralità muta (ciò che dovrebbe distinguere l’uomo dagli altri animali) nella tanto repellente quanto sacra bellezza generata dall’istinto.
Bellezza è immobilità. L’immobilità è vera vita e l’istinto non ha bisogno che niente si muova, perché l’atto dell’istinto è in sé immobile e invulnerabile. Niente oltre l’istinto che fa sì che l’istinto sia. L’istinto è oggetto che esiste al di là del tempo e dell’uomo: è sempre stato in quella piazza deteriorandosi senza mai esaurirsi, svincolato dal bisogno di essere esperito – e quindi guardato, prodotto – da chiunque potesse testimoniare la sua presenza nel mondo.
La vera caduta dell’uomo, sembra dirci Pavese, non è aver mangiato il frutto proibito, ma aver perso i denti mangiandolo, non essersi resi conto della sacralità dell’istinto nel momento in cui si era preda di questo istinto. Eppure l’istinto è euforia, è oggetto puro, è uscire fuori di sé nell’immobilità di un atto assoluto, magari ripetibile, ma certamente non razionalizzabile, non traducibile in elemento costitutivo dell’identità del soggetto. Tornare in sé consapevoli di aver vissuto soggettivamente l’istinto è impossibile. Se ne può serbare un tiepido riverbero, una manciata di mosche,
l’era che non è e non sarà.
Di fronte all’istinto tutti si voltano a guardare (la donna e perfino il prete), ma neanche sulla pubblica piazza si può fare di tutto: lo si può contemplare senza riuscire a fare niente; oppure biasimarlo, violentarlo (come il ragazzo che fa piovere sassi); ed è proprio in questo caso che nella tragedia il poeta fa emergere un principio di inequivocabile rivincita: la dignità dello sdegno. L’uomo vecchio, infatti, si sdegna. E perché mai un uomo ormai marcescente e inutile dovrebbe sdegnarsi se un ragazzo prende a sassate una coppia di cani che fornica nella pubblica piazza? Perché se l’uomo, sopraffatto dal dolore e deluso da tutte le cose, perde l’oralità (e quindi, in un certo senso, la sua umanità) è pur sempre in grado di sdegnarsi di fronte all’istinto vandalizzato, di fronte all’ignoranza, alla bellezza incompresa e profanata. Nella tragedia, l’uomo-non-più-uomo – il fantasma che era che non è e che non sarà – mantiene la soggettiva libertà di ribellarsi a ciò che oggettivamente non è bello, di difendere per sempre il gran sole e il sudore e la voglia di non smettere mai.

L’Inesistente
Credits: Francis Bacon, Painting of a dog, 1963